| |||||||||||||||||||||||||||||||
|
D.P.C.M. 02/02/2005-elenco delle strutture di soccorso che possono perdere funzionalità; -elenco dei beni artistici. A tal fine è fondamentale la costruzione di un data-base digitale di tipo relazionale, strutturato in modo da agevolare ricerche ed elaborazione di informazioni. Analisi di dettaglio devono essere finalizzate ad evidenziare le strutture, le attività e le situazioni che presentano elevata vulnerabilità ed in particolare: - edifici ed attività poste in fregio a corsi d'acqua in zone caratterizzate da correnti veloci; -attività ed abitazioni che presentano locali interrati di utilizzo abituale; -strutture che sono interessate da allagamenti con tiranti superiori ad un metro; -cicli di lavorazione delle principali industrie presenti ed i relativi potenziali rischi indotti; -le situazioni suscettibili di danno grave per accumulo di materiale. Le informazioni di carattere generale sono desumibili da fonte ISTAT o dagli uffici di anagrafe comunali. Il censimento delle attività produttive può essere attuato utilizzando informazioni desumibili da Camere di commercio, da incrociare eventualmente con dati relativi a licenze o oneri tributari comunali. 4.2.3 Il rischio geomorfologico. In base alle definizioni precedentemente attribuite il C.N.R. - G.N.D.C.I. (Canuti e Casagli, 1994) ha proposto il seguente schema operativo per l'analisi del rischio da frana: 1) descrizione dello stato della natura; 2) valutazione dell'intensità; 3) valutazione della pericolosità; 4) definizione degli elementi a rischio; 5) valutazione della vulnerabilità; 6) valutazione del rischio; 7) definizione del rischio accettabile e gestione del rischio. La raccolta dei dati per la descrizione dello stato della natura da adottarsi per la definizione dei parametri del rischio è in genere sintetizzata mediante carte tematiche (mapping). Si tende a trattare separatamente le cause (fattori litologici, tettonici, morfologici, idrogeologici, meteorologici e antropici) dagli effetti (tipologia di movimento, materiale coinvolto, estensione areale, profondità stimata, direzione del movimento, grado di certezza nell'identificazione, velocità stimata, aree di richiamo e propagazione, stato di attività, aree potenzialmente instabili). Per i fenomeni franosi la definizione dell'intensità non è immediata, dipendendo la severità di una frana da una serie di fattori di non facile valutazione, se non attraverso indagini e monitoraggi. Una definizione dell'intensità sulla base delle dimensioni, in funzione dei vari tipi di frana è legata al volume di materiale mobilitato (o alla profondita). La valutazione della pericolosità, intesa come caratterizzazione dell'imprevedibilità di un fenomeno franoso di determinate caratteristiche, richiede la quantificazione spaziale e temporale della probabilità di occorrenza dell'evento. La valutazione completa della pericolosità prevede i seguenti passi (Hartlen e Viberg, 1988): 1) previsione spaziale: previsione delle aree interessate e della pericolosità relativa dei versanti, desunta dal quadro dei movimenti di versante passa ti o presenti, da determinarsi con criteri quali la valutazione empirica, l'in dicizzazione degli effetti o delle cause, l'analisi statistica multivariata o probabilistica, l'analisi morfometrica o cinematica; 2) previsione temporale: probabilità di occorrenza dei movimenti, da determinarsi con criteri quali la stima empirica, l'analisi di serie temporali relative agli effetti o alle cause, il monitoraggio per confronto con soglie o modelli predefiniti; 3) previsione tipologica: previsione del tipo di frana che, con più elevata probabilità, può verificarsi nell'area in esame, da inserire nella carta inventario dei movimenti franosi; 4) previsione dell'intensità: previsione della velocità, delle dimensioni o dell'energia del fenomeno franoso; 5) previsione dell'evoluzione: previsione della distanza di propagazione, dei limiti di retrogressione o di espansione laterale e dunque dell'area che può essere interessata, direttamente o indirettamente, dal fenomeno franoso. La sintesi delle informazioni consente la definizione completa della pericolosità, associando alla zonazione spaziale le informazioni desunte dalla previsione temporale, ed effettuando delle estrapolazioni per distribuire le informazioni sulla ricorrenza delle frane su tutto il territorio. L'utilizzo di opportuni indicatori di instabilità (geologia, geomorfologici, idrologici, vegetazionali) può consentire una zonazione più dettagliata entro la regione. Gli elementi da considerare per la valutazione del rischio sono rappresentati dalla vita umana, dalle strutture ed infrastrutture pubbliche e private, dalle attività economiche e dai beni ambientali, tanto nel quadro di beni ed attività esistenti, quanto in quello previsto dai piani di programmi e sviluppo. Il valore da assegnare a ciascuna delle tipologie a rischio può essere espresso dal numero di unità esposte N o dalla superficie esposta S, per elementi definiti arealmente. La vulnerabilità, intesa come grado di perdita prodotto su un elemento a rischio, non è di facile parametrizzazione, entrando in gioco fattori legati all'organizzazione sociale della regione in esame: a parità di altre condizioni infatti la vulnerabilità è minore laddove sono attivati programmi di prevenzione ed emergenza. In ogni caso è opportuno differenziare la vulnerabilità in base al tipo di elemento a rischio (vulnerabilità umana o di beni ed attivita). La valutazione della vulnerabilità completa può essere espressa dal prodotto di tre quantità (Morgan e altri, 1992): V = V(base)S x V(base)T x V(base)L dove: VS è la probabilità di impatto spaziale (es. che un edificio venga coinvolto da una colata di fango) ; VT è la probabilità di impatto temporale (es. che l'edificio sia occupato al momento della frana) ; VL è la probabilità di perdita della vita umana oppure la proporzione dell'elemento colpito che viene persa. Se si esprime l'intensità del fenomeno in base alla velocità di spostamento, il limite oltre il quale la vita umana può essere direttamente vulnerata è posta in relazione alla velocità della corsa (1 m/s, HUNGR, 1981), tramite opportuni coefficienti che tengano conto del tempo di reazione e di elementi più vulnerabili come anziani e bambini (v=0.5 m/s, Del Prete ed altri, 1992) ed, eventualmente, della possibilità di evacuare completamente la zona a rischio (v=0.05 m/s, Cruden e Varnes, 1994) . Nel caso in cui l'elemento a rischio sia costituito da un bene immobile o dal quadro delle attività economiche ad esso associate una misura della severità del danno è fornita dall'impegno economico necessario per il ripristino della situazione precedente al dissesto. 4.3 Caratteristiche di natura geologica, morfologica, idrologica e climatica. Per quanto riguarda le condizioni geologiche, intese nel senso più ampio, la base di partenza per l'individuazione di zone stabili e non soggette a dissesti di varia natura è costituita dall'analisi della cartografia di base e di dettaglio, sviluppata su base nazionale, regionale e locale, ovvero, in prima istanza e senza escludere eventuali ulteriori carte tematiche di dettaglio: -la Carta Geolitologica; -la Carta dell'orientamento dei versanti; -la Carta dell'acclività dei versanti; -la Carta Idrogeologica; -la Carta Geomorfologica; -la Carta della vegetazione reale; -la Carta di copertura e di uso del suolo; -la Carta inventario dei movimenti franosi. Alla luce della disamina della cartografia tematica disponibile si potranno immediatamente escludere aree: - poste su versanti acclivi, che necessitino di consistenti sbancamenti o riporti di terre; - su terreni di imposta di scadenti caratteristiche fisico-meccaniche e litologico- strutturali; - soggette a processi morfogenetici di tipo endogeno o esogeno, attivi o riattivabili; -sovrastanti terreni di copertura particolarmente comprimibili; - ubicate su strati rocciosi particolarmente fratturati disposti a franapoggio o ammassi rocciosi le cui famiglie di fratture isolino blocchi di roccia in condizioni di equilibrio instabile; -prossime a cigli di scarpate; -interessate da rilevanti fenomeni carsici; -poste in prossimità di faglie attive; -soggette a movimenti franosi attivi o riattivabili (crollo, scivolamento, scoscendimento, rotolamento, cedimento, ablazione calanchiva, colate di fango); -a rischio di valanghe; -nelle quali siano libere di defluire, perchè non regimentate, le acque meteoriche dirette o provenienti da monte; - nelle immediate vicinanze di affioramenti sorgentizi, di zone di ristagno o in cui la falda idrica sia prossima al piano campagna. Per la successiva verifica speditiva delle condizioni geologiche delle aree apparentemente idonee, difficilmente può essere sufficiente la semplice osservazione di superficie. Nella generalità dei casi il rilievo geologico di superficie deve essere integrato da indagini ed accertamenti specifici, che possono comprendere tanto una prospezione geofisica (più frequentemente di tipo elettrico che non sismico), quanto delle perforazioni geognostiche. Queste ultime sono quasi sempre il presupposto indispensabile ed irrinunciabile alla diretta conoscenza della natura e delle condizioni del sottosuolo, quali: la conoscenza della natura litologica e delle caratteristiche fisiche e meccaniche dei terreni; l'accertamento della presenza di eventuali falde idriche sotterranee; la taratura dei parametri geofisici. Lo studio geologico può essere completato dall'esame stereoscopico delle fotografie aeree della zona, tecnica che consente di individuare con grande precisione le aree interessate da dissesti franosi in atto o quiescenti, o interessate in passato da fenomeni gravitativi (paleofrane) e di rilevare particolarità tettoniche e morfologiche che potrebbero sfuggire in mancanza di una visione d'assieme. Allo studio geologico va affiancata una accurata analisi delle condizioni morfologiche, il cui strumento è costituito da un rilievo plano-altimetrico di dettaglio. Il rilevamento piano-altimetrico può essere ulteriormente perfezionato mediante la predisposizione di picchetti di controllo, laddove siano da temersi movimenti franosi, collegati a caposaldi di riferimento ubicati in punti certamente non soggetti a spostamenti, in modo da poter seguire, mediante accurate misure periodiche, l'eventuale evoluzione o il progresso di movimenti franosi, anche in rapporto agli eventi meteorologici. La valutazione delle condizioni idrogeologiche dei siti sottoposti a giudizio di idoneità ai fini in oggetto deve essere fatta in relazione ai possibili riflessi che la circolazione delle acque sotterranee, interagendo con le formazioni geologiche presenti, può determinare ai fini della stabilità e della funzionalità delle aree stesse. Si procederà pertanto al rilievo dell'idrologia superficiale e dell'idrologia sotterranea (dove possibile) a scala opportuna, con censimento di pozzi, sorgenti, individuazione di impluvi e del loro bacino imbrifero elementare, volto a stabilire la condizione e la ubicazione delle falde acquifere, anche per la migliore interpretazione degli effetti sulle condizioni di stabilità dei versanti. La presenza di falda e la quota della superficie piezometrica possono essere rilevate attraverso l'uso di piezometri, la cui periodica lettura potrà dare indicazioni sul campo idrostatico, sulle potenzialità dell'acquifero e sulla sua persistenza. In riferimento alle condizioni climatiche, particolare riguardo deve essere rivolto alla valutazione delle caratteristiche di ventosità della zona, che possono compromettere la stabilità dei moduli abitativi, la cui salvaguardia deve essere assicurata comunque attraverso idonei dispositivi di ancoraggio. Dall'esame critico dei dati raccolti si potranno riconoscere le situazioni oggetto di dissesto, verificatesi anche in passato, ed individuare quelle in condizioni di equilibrio limite, per le quali è sconsigliabile l'allestimento delle aree. 4.4 Caratteristiche di natura ambientale. La procedura di individuazione di aree idonee ai fini dell'impianto degli insediamenti temporanei non può prescindere da valutazioni sulla compatibilità con le prescrizioni di natura ambientale e paesaggistica del sistema normativo vigente. La norma di riferimento in materia è costituita dal decreto legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004, contenente il «Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell'art. 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137». Saranno pertanto da escludere dal novero delle potenzialmente utilizzabili le aree sottoposte a vincolo ambientale di cui all'art.136 del citato decreto legislativo n. 42/2004, e quelle sottoposte a vincolo paesaggistico ai sensi dell'art. 142 del medesimo decreto legislativo. A tale scopo è da prevedere il riscontro con le carte tematiche e con i piani territoriali paesistici o i piani urbanistico-territoriali elaborati dalle regioni. L'insediamento nell'area di ricovero per moduli abitativi deve altresì avvenire nel rispetto delle prescrizioni del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152, contenente la disciplina generale per la tutela delle acque superficiali, marine e sotterranee, perseguendo i seguenti obiettivi di salvaguardia dei valori ambientali: |
| |||||||||||||||||||||||||||||
Normativa Italiana | Privacy, Disclaimer, © | Contact |
2008-2011©
|